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Per restauro si intendono tutti gli interventi mirati al ripristino di un prodotto dell'attività umana che abbia subito alterazioni per varie vicissitudini storiche o naturali. Il restauro può riguardare, manufatti industriali o opere d'arte: nel primo caso si interviene al recupero esclusivamente della funzionalità, nel secondo si va a ripristinare oltre che all'efficienza dell'oggetto anche il fattore storico ed estetico.
Il restauro di opere d'arte si pone come obbiettivo la conservazione e la salvaguardia dei valori storici, e per recuperare la leggibilità di un pezzo sono a volte necessarie delle integrazioni che dovranno risultare sempre riconoscibili, ai fini di non incappare in un falso storico.
Le prime forme di intervento su materiali antichi risalgono al Cinquecento, epoca in cui le statue prive di parti venivano completate per migliorarne il godimento estetico. Così teste di statue greche e romane mancanti di naso o barba, figure prive di testa o arti, nonché rocchi di colonne e capitelli, erano “restaurati” mediante completamento, o inseriti in edifici da scultori come Donatello e Verrocchio. Tavole antiche e affreschi, come quelli del Beato Angelico in San Domenico a Fiesole, venivano ridipinti e ingranditi o, come quelli di Giotto in Santa Croce, ricolorati.
La tecnica di trasporto degli affreschi, è documentata da Vitruvio e Plinio il Vecchio fin dal 59 A.C. Per le pareti dipinte di Sparta trasferite a Roma, comportava il trasporto del massello di muratura, risultando perciò molto difficile e costosa.
Il Vasari cita in proposito diversi casi, per lo più di opere fiorentine del Quattrocento, come un Sant'Agostino del Botticelli nella chiesa di Ognissanti. Già a quest'epoca venivano affrontati interventi di pulitura di grande impegno, come la Cappella Sistina e le Stanze di Raffaello. Per quanto riguarda le opere lasciate incompiute da grandi e riconosciuti artisti, in genere non si procedeva al completamento: testimoni di questa tendenza la “Madonna del Baldacchino” di Raffaello e "l'Adorazione dei Magi" di Leonardo. Motivi di ordine morale o, sopratutto dopo il Concilio di Trento, religioso e dogmatico, giustificavano invece la copertura di parti ritenute oscene, come nel Giudizio Universale di Michelangelo ritoccato da Daniele da Volterra, nonché altri interventi e manomissioni su opere del Trecento e del Quattrocento.
La ridipintura era ammessa anche per le parti danneggiate; inoltre, per andare incontro al gusto di quegli anni, venivano create delle velature intese a scurire delle zone.
Autori dell'epoca citano Giacomo di Castro, che operava a Napoli non come pittore, ma come restauratore di quadri con pratica di grande qualità.
Il pensiero del Vasari aveva portato nella cultura fiorentina il rispetto per la pittura del Quattrocento, e proprio a Firenze lo storico dell'arte Filippo Baldinucci definirà nel 1688 in relazione a due interventi su affreschi di Paolo Uccello e Andrea del Castagno nel Duomo, i termini di pulitura e ritocco.
Il rispetto del restauratore nei confronti delle opere altrui era presente anche a Roma, dove il restauro vantava un'antica e mai spenta tradizione culturale, con interventi di grande interesse come quello sulle figure delle Sibille di Raffaello in Santa Maria della Pace.
Nel Settecento il commercio delle opere d'arte si estese moltissimo rispetto al passato, parallelamente al collezionismo pubblico e privato. Il restauratore trovava di conseguenza numerosi committenti che chiedevano non solo la pulitura, ma ritocchi, ingrandimenti, falsificazioni rispondenti al gusto contemporaneo.
Tra i restauratori del Settecento Fiorentino, Agostino Veracini e Ippolito Maria Cigna si distinsero per la notevole capacità di riattare quadri e tavole d'epoca. Tra i Romani ricordiamo invece Carlo Maratta, incaricato della custodia degli affreschi di Raffaello nelle stanze Vaticane e poi della Cappella Sistina, dove operò discussi restauri di tipo integrativo. Nel 1756 il Crespi, a proposito del suo modo di apporre ritocchi così perfetti da non poter essere individuati, affermò la necessita di rendere sempre riconoscibile l'integrazione.
Nel Settecento la tecnica del trasporto di affreschi “a massello” era largamente applicata e al restauratore veniva regolarmente affiancato un tecnico. Antonio Contri a Ferrara utilizzava, come diversi altri artigiani specializzati in restauro in varie città, la tecnica del distacco mediante strappo. Uno di questi era l'Inglese Pietro Edwards, che a Venezia fù ispettore delle opere pubbliche, il suo modo di operare era unico nel suo genere, stilava per ogni opera una minuziosa traccia che l'addetto doveva seguire per non danneggiare l'opera: un vero e proprio iter esecutivo di restauro. 
Per quanto riguarda le statue, continuò sino alla fine del secolo la pratica, in cui si distinse particolarmente Bartolomeo Cavaceppi, di riunire pezzi estranei. A differenza di quanto veniva fatto nel Cinquecento, nel Settecento le aggiunte non erano operate in modo da non risultare riconoscibili, ma messe in evidenza lasciando la superficie non levigata.
L'arrivo delle truppe francesi a Milano, nella fine delL '700, portò alla soppressione dei conventi, le cui opere d'arte, affreschi compresi, confluirono a Brera. Per gli affreschi si procedette con il trasporto a massello sino al 1861; in seguito si utilizzo la tecnica del trasporto su tela.
Nel periodo Romantico la preferenza accordata dalla cultura ottocentesca all'aspetto decorativo influì anche sul restauro, al quale si chiedeva di migliorare i dipinti, se necessario correggendo i difetti e ridipingendo parti molto estese. Spesso venivano stese patine per scurire, smorzare e amalgamare i toni e le figure con il fondo.
Dal 1875 al 1893 lo storico dell'arte Giovan Battista Cavalcaselle ricoprì l'incarico di Ispettore generale per la pittura e la scultura. Egli introdusse importanti innovazioni nel campo del restauro sia per la cura filologica posta nello studio delle opere, sia per la scelta di non reintegrare le parti mancanti privilegiando la documentazione storica e il godimento estetico.
La fine del secolo in Toscana fu caratterizzata da grande attività, culminante nei lavori di Guglielmo Botti sugli affreschi di Giotto d'Assisi, nel distacco degli affreschi di Paolo Uccello nel chiostro di Santa Maria Novella e, nel 1916, nel consolidamento del ciclo di Piero della Francesca ad Arezzo.
I restauratori fiorentini, grazie sopratutto all'attività dell'Opificio delle Pietre Dure e, dalla fine degli anni trenta, del Gabinetto restauri della soprintendenza, avevano raggiunto capacità tecniche tali da poter far fronte a qualsiasi tipo di restauro e sopratutto riferito a qualsiasi genere di opera. Attorno agli anni cinquanta viene stravolta, per fortuna in meglio, l'ideologia del restauro degli affreschi. Grazie ad innumerevoli ritrovamenti e ad conseguenti continui strappi le soprintendenze si intasarono completamente di opere che vennero archiviate e stipate negli spazzi più remoti degli stabili adibiti ed occupati dalle soprintendenze. Si danneggiarono una quantità indicibile di opere e si mise finalmente in discussione la pratica dello strappo generalizzato, fino a favorire la teoria della conservazione e del restauro in loco. P. e L. Mora e P. Philippot, in un libro pubblicato nel 1977, analizzano il problema del distacco delle pitture murali in tutte le sue implicazioni e giungono alla conclusione che la rimozione deve rappresentare un rimedio estremo.
Per quanto riguarda l'ebanisteria, in Italia si raggiunge il più alto livello nel Rinascimento, dove venivano impiegati i legni locali. Firenze anche qui come nel campo pittorico vanta la tradizione più qualificata: già nel Quattrocento era infatti sede di una corporazione che imponeva una normativa sulla qualità dei legni e sugli spessori necessari a garantire un buon livello di esecuzione. Nella stessa epoca anche Venezia è nota per una corporazione di artigiani specializzata nella realizzazione di cassoni da arredo, e per un'altra corporazione specializzata nell'intarsio.
Sino al Rinascimento le opere realizzate con assiti masselli erano assemblate con l'ausilio di chiodi in ferro, cerniere formate da occhioli metallici e staffe di rinforzo forgiate a caldo. Successivamente vennero introdotti collanti a base naturale e particolari metallici che oltre a rivestire una funzione strutturale erano anche parte decorativa.
Con l'introduzione della sega ad acqua, le pesanti assi furono sostituite da pannelli più leggeri, su un telaio portante a liste di legno con, sovrapposti, fogli di legno più pregiato. La tecnica del mobile listato consentì la realizzazione di pezzi più leggeri, più economici, meno soggetti a deformazioni.
Nei mobili da sagrestia del Rinascimento, per le grandi dimensioni trovarono largo impiego pannelli quadrati, incorniciati in rilievo, spesso rivestiti in radica di noce o di ulivo. In questo tipo di tecnica veniva applicata l'unione dei pezzi a secco, mediante inserimento di un maschio (tenone) in una femmina (mortasa). I mobili del Seicento, oltre che dall'incastro, sono caratterizzati dalla lavorazione del legno al tornio nelle gambe di tavoli, sedia scrittoi, che prendono forme a fuso, a rocchetto, a spirale, a boccia.
Le principali tecniche decorative sono l'intaglio e l'intarsio; il primo poteva essere positivo o negativo, cioè o a rilievo o incavato. Altra tecnica era la radicatura, consisteva nello stendere come ultimo materiale a vista, uno strato di piallaccio ricavato dalle parti del tronco più vicina alle radici dove le fibre e gli anelli sono irregolari e creano degli strani effetti ottici e cromatici.
La copertura totale delle tavole con colori a tempera, stesi sopra una preparazione di stucco di gesso, colla e polvere di marmo, nel Quattrocento viene eseguita da pittori, secondo norme previste dalla corporazione. Nel secolo successivo, alla preparazione si aggiunge un fondo di tela, che le conferisce una maggiore consistenza e rende possibile la modellazione: la tecnica prende il nome di pastiglia e, colorata o dorata, viene usata sopratutto per le cornici.
Viste le proprietà dei legni e sopratutto quelli dolci, che venivano intaccati facilmente da muffe e tarli, costrinse gli addetti artigiani ad intraprendere una ricerca minuziosa di metodi preparatori per la ben riuscita dell'opera. Già nell'antichità la scelta di legni duri, la stagionatura, e i trattamenti con oli e bitume si usavano per prevenire tarli e muffe.
La proprietà del legno di alimentare o diminuire di volume in rapporto all'umidità e al secco, determina spaccature nel senso della lunghezza delle fibre. Le conseguenze di questi movimenti ad esempio su sculture rivestite in gesso, colorate e dorate, sono particolarmente gravi e richiedono un intervento, volto al consolidamento dello strato di gesso che serve da preparazione. Anche in antico il legno veniva lucidato e verniciato, dopo aver rinforzato il colore con mordente; per le sculture interamente o parzialmente colorate venivano usati i colori a tempera.
Nel Rinascimento, per valorizzare la qualità del legno e mettere in evidenza le venature, si utilizzava la lucidatura con olio di noce o di lino. Piu avanti si passò all'utilizzo di cere naturali che mescolate con oli venivano impresse sulle opere a caldo rendendo le superfici lucide e impermeabili. Nell'ottocento, la tecnica alla Francese prevedeva la copertura del legno lucidato con gommalacca, che dava superfici a specchio.
Per dare un'infarinatura a riguardo del restauro vero e proprio, nel senso materiale della parola bisogna suddividere l'operazione in più fasi, cominciando dalla pulizia dell'oggetto fino ad arrivare alla finitura.
Seguendo un iter direi classico troviamo come punto di partenza il decapaggio, seguito dalla riparazione dell'oggetto, la preparazione del legno e per ultima la finitura: quattro punti fondamentali per la buona riuscita dell'intervento conservativo.
Qualunque sia il suo stato, bisogna decapare il mobile, cioè asportare qualunque tipo di sporco o segno che nell'arco del tempo si è depositato sul legno e ha celato la bellezza della venatura o della laccatura che rivestono l'oggetto. Anche la vernice o in alcuni casi quel che rimane della vernice va eliminata, facendo però molta attenzione a non eccedere troppo con la pulizia per non trovarsi poi delle brutte sorprese. Facendo attenzione a non bruciare o decolorare le superfici con prodotti troppo forti, capaci di infiltrarsi nelle fibre del legno, deteriorandolo irreparabilmente e riapparendo sotto forma di cristalli indelebili al momento della finitura, bisogna agire superficialmente facendo attenzione alla patina. Dobbiamo perciò evitare di utilizzare materiali e prodotti troppo invasivi quali: raschietti, carte abrasive e solventi particolarmente aggressivi poiché scalfirebbero le superfici; che col passare degli anni avevano acquistato assieme ai segni dell'usura domestica, alle polveri degli ambienti, da anni di passate di stracci, da raggi di sole e persino sporcizia la loro patina. Un buon decapaggio, cioè la pulizia conservativa degli effetti del tempo è una garanzia per una finitura perfetta.
tratto da "Antiquariato - Piccola guida al restauro" M. Calderoni (Mondadori) |
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